Finalmente, Google ha aperto al pubblico la nuova versione di Maps che era stata presentata a I/O: l’interfaccia è spettacolare, come descritto da Silvio Gulizia all’indomani dell’annuncio, ma non tutto è positivo. L’integrazione delle mappe sui siti web, ad esempio, è stata rimossa. Non significa che i designer non possano più effettuare un embedding delle mappe, però dovranno ricorrere alle Application Programming Interface (API) di Maps e molti potrebbero avere dei problemi. Il codice per l’integrazione “al volo” non esiste.

Se, finora, chiunque avrebbe potuto recuperare il codice da un comodo pulsante di condivisione… l’aggiornamento di Maps impone a tutti il ricorso alle API: ciò significa che bisogna registrarsi come sviluppatori, ottenere una chiave e autenticarsi. Non esiste più un iframe — da copiare e incollare nei sorgenti delle pagine web, per inserire un riquadro sui siti. È una contraddizione, rispetto a quando elogiavo le risorse per gli esercizi commerciali? Nient’affatto, perché obbliga i designer a conoscere davvero il proprio lavoro.

Dimenticate i portali che promettono di creare un sito in cinque minuti, perché non sarebbero più in grado d’integrare le mappe di Google. La strategia, ovviamente, è commerciale: le Maps API hanno un limite di 25.000 “chiamate” al giorno, a prescindere dalla query, dopodiché bisogna pagare. Non è un enorme problema per le piccole e medie imprese, ma costringe le grandi a investire ingenti capitali o a cercare altrove. Insomma, la qualità ha un prezzo e non mi riferisco soltanto alle mappe. Senza le API, la nuova app è inutile.