Secondo The Wall Street Journal, Google potrebbe sostituire i cookie con un sistema d’identificazione alternativo: in pratica – anziché tracciare i visitatori con quel metodo – introdurrebbe “qualcosa” di diverso, realizzato in proprio, che non sarebbe accessibile a terze parti. Almeno, non inizialmente. Ciò significa che gli inserzionisti sarebbero costretti a rivolgersi a Google per usufruirne, poiché la nuova tecnologia non avrebbe altri manutentori. Un tentativo di monopolizzare il mercato? Dubito, ma porrebbe dei problemi.

Google amministra il 50% delle pubblicità sul mobile e, per quanto una multinazionale ambisca a guadagnare sempre di più, sarebbe inopportuno “scontrarsi” volutamente con l’antitrust. Se i cookie non sono «il male assoluto», è indubbio che – dal punto di vista tecnico – abbiano dei grossi limiti: proporre un’alternativa potrebbe comportare una maggiore efficienza, ma i legislatori dovrebbero affrontare dal principio la stesura di normative ad hoc. Negli Stati Uniti e in Europa le indicazioni sull’utilizzo dei cookie sono mature.

Tecnicamente, i cookie sono dei file di testo salvati sul dispositivo del visitatore – attraverso il browser. Mozilla ha deciso di bloccarne la memorizzazione, qualora derivino da domini esterni a quello visitato, con Firefox 22 e successivi: ciò non impedisce d’utilizzarli per salvare le preferenze sui siti web, però riduce l’invasività dei banner pubblicitari. Uno strumento più elaborato dei cookie, come quello che starebbe implementando Google, potrebbe addirittura migliorare la profilazione. Il problema è renderlo standard.

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