Classroom è la nuova piattaforma che Google propone alle istituzioni per realizzare una scuola digitale: l’anteprima è dedicata agli utenti di Apps for Education, una variante di Apps for Business, e sostanzialmente consiste nell’estensione dei servizi di Drive che usiamo tutti i giorni. Benché sia gratis, accessibile, immediato… è escluso che in Italia abbia successo. Lasciamo stare le polemiche sul duopolio di Microsoft e Google sulle soluzioni per la produttività nella pubblica amministrazione, perché il problema è un altro.

Il problema è che la gestione della scuola pubblica italiana è affidata a degli incompetenti. Non mi riferisco ai professori, che svolgono il proprio lavoro fra mille difficoltà, ma agli amministratori: oggi l’obiettivo è soltanto quello di risparmiare, a scapito dell’istruzione. Cosa c’entra con Classroom, dal momento che è una piattaforma gratuita? Risparmiare significa anche tagliare i fondi per chi dovrebbe mantenere i laboratori d’informatica che il più delle volte sono affidati a docenti di matematica o educazione tecnica.

Non è detto che questi abbiano le competenze per gestire un’infrastruttura efficiente: comprare un iPhone non equivale a diventare un programmatore e spesso le carenze infrastrutturali della scuola italiana sono dovute al fatto che i laboratori e gli uffici non sono gestiti da professionisti. Un esempio? Nella scuola dove insegna mia madre per mesi non hanno avuto il WiFi nelle classi, ma soltanto perché nessuno sapeva montare un router già acquistato dall’amministrazione comunale. Sarebbe bastato chiedere aiuto a uno studente.

Che dire del registro digitale – quello più economico in circolazione, per carità – installato in locale e inaccessibile dopo una certa ora perché i segretari spengono il server? Sì, avete capito bene: spengono il server (che sarebbe un banale computer sistemato in segreteria). Ecco perché le LIM sono il minore dei problemi e una soluzione come Classroom sarà snobbata dalla maggioranza degli istituti italiani! I professori sono costretti a comprarsi un’agenda cartacea perché quella digitale i tecnici non sanno farla funzionare.

Non è una questione economica, è un problema di professionalità: non è giusto chiedere a professori e personale non docente di svolgere – oltre al proprio lavoro – anche quei compiti che dovrebbero essere assegnati a una società esterna. Chi ha la fortuna d’avere degli appassionati d’informatica fra i colleghi potrà certo usufruire di un’infrastruttura migliore, ma parliamo d’eccezioni e il futuro dei giovani italiani non può essere affidato al caso. Risparmiare oggi non implica per forza la rinuncia coatta alla scuola digitale.

Come uscire da questo impasse? Lo ammetto, ho gettato la spugna e smesso di dare dei suggerimenti che restano inascoltati o imbrigliati nella burocrazia italiana. Parliamo da anni d’Agenda Digitale e ancora l’obiettivo non è stato raggiunto: le scuole sono abbandonate alla creatività dei presidi che devono improvvisarsi marketer per avere più iscritti e di conseguenza più fondi per il proprio istituto. Non vedo come Classroom possa inserirsi in un contesto così deprimente, né riesco a capire come sia possibile cambiare le cose.