Ieri, Google ha annunciato l’introduzione di Portable Native Client (PNaCl) con Chrome 31: è un’infrastruttura in grado d’eseguire delle applicazioni “native”, sviluppate in C o C++, sul browser — che potremmo paragonare ad asm.js, la soluzione di Mozilla. Le due proposte sono tecnicamente diverse, ma raggiungono uno stesso risultato e permettono agli utenti d’avviare quei programmi che avrebbero dovuto installare sul desktop. Purtroppo, l’immediata conseguenza è una maggiore restrizione nei termini d’utilizzo per le estensioni.

PNaCl – da pronunciare «pinnacle» – è la versione mobile di NaCl che già presente su Chrome per Windows, Mac OS X e Linux: arrivando pure sulla variante disponibile con Android, l’esecuzione del codice “nativo” aumenta sensibilmente la possibilità di scaricare dei malware. Così, Google ha pensato dl’obbligare gli sviluppatori a pubblicare le proprie estensioni sul Chrome Web Store per avere un maggiore controllo delle applicazioni pubblicate. In pratica, NaCl e PNaCl installano su Chrome dei programmi simili alle app per Android.

Chrome – come Android, riguardo alle applicazioni – permetteva d’installare le estensioni da qualunque sorgente: non era previsto che l’utente potesse scaricarle soltanto dal Chrome Web Store. Eppure, a partire da gennaio l’installazione da terze parti con Windows non sarà possibile e gli sviluppatori dovranno pubblicare qualunque estensione sul market di Google seguendone le linee-guida. Un obbligo che, se fosse esteso alle app per Android, aumenterebbe indirettamente la “chiusura” del sistema operativo e danneggerebbe le ROM.