È lunedì e, se il tuo entusiasmo per l’inizio della settimana equivale al mio, cominciare col sorriso può essere una soluzione: il problema è che non c’è molto da sorridere, considerato che la SIAE propone tuttora ai propri iscritti d’avere un backup dei dati su floppy disk (o, addirittura, su nastro magnetico). L’ho scoperto grazie a Biagio D’Ambrosio che ha condiviso la notizia sul gruppo degli Indigeni Digitali su Facebook e ho potuto approfondire il perché con l’articolo scritto da Guido Scorza sul suo blog — assurdo, vero?

Non lo è, perché – nonostante i progressi della pubblica amministrazione sull’open source – la SIAE ha un preciso interesse nel tenere da parte floppy e nastri magnetici. Questi, infatti, non sono soggetti alla stessa tassazione dei supporti ottici: insomma, l’organizzazione che ha dilaniato l’industria culturale italiana non vuole pagare le tasse. Non sto dicendo che evada il fisco, ma è la “solita” strategia da commercialista per ridurre le spese accessorie. Ciò ai danni di chi paga ogni anno la quota d’iscrizione, ovviamente.

Cosa dovrebbe fare la SIAE, secondo me? Beh, se dipendesse dal sottoscritto non esisterebbe affatto… ma – non volendo risultare patetico – direi che la soluzione migliore sarebbe quella d’adottare gli open data per rilasciare tutti i dati degli iscritti con una licenza libera. Ti ricordo che la cessione dei documenti sotto Creative Commons 4.0 non comporta la perdita del diritto d’autore che è inalienabile anche dopo la morte, né di quello patrimoniale. Certo, dovrebbe mantenere un data center (e non sarebbe proprio economico).

Photo Credit: Chris Phan via Photo Pin (CC)