A settembre, molto in sordina, il sito di imSpa ha comunicato il fallimento della società e l’uscita definitiva dal mercato dei dispositivi indossabili. A chi non sapesse chi fosse e cosa vendesse, racconterò una storia molto triste fatta di aspettative, delusioni, rabbia e finalmente giustizia per mano del fato. Una fiaba dall’amaro finale che inizia così:

Una fiaba.

Mi posso vantare di essere sempre stato un acquirente attento e scrupoloso: prima di comprare qualcosa – specialmente nel caso di articoli informatici – mi informo parecchio leggendo recensioni, chiedendo consigli su forum e rompendo le scatole fino allo sfinimento ai commessi. Nella mia gloriosa carriera c’è però, ahimè, una macchia indelebile che risponde al nome di imWatch.
ImWatch era un progetto italiano di creare uno smartwatch che si interfacciasse a qualunque cellulare a prescindere dal sistema operativo, con funzioni di ricezione di mail, sms, notifiche varie e che permettesse di rispondere in viva voce. Un po’ quello che permettono di fare i dispositivi adesso in commercio (Samsung Gear, Android Wear e l’annunciato Apple Watch), solo che stiamo parlando del lontano (tecnologicamente parlando) 2011.
Il diario del mio fallimento inizia proprio a giugno 2011, quando imSpa annuncia la prevendita di questo dispositivo: sul sito non viene mostrato alcun prototipo reale, solo dei mockup realizzati in 3D in cui imWatch appare sottilissimo e dotato di una interfaccia grafica decisamente accattivante. Di solito non compro a scatola chiusa, ma si risparmiavano 100 euro con il preordine e l’orologio sarebbe stato consegnato a settembre: non ho ascoltato l’istinto ed ho aderito all’offerta.
Settembre arrivò con i profumi della vendemmia ma nessun orologio: imSpa aveva ritardato la consegna di un paio di mesi. A dicembre Babbo Natale mi portò un sacco di doni, ma neppure l’ombra dell’imWatch: gli ordini sarebbero stati evasi dopo il Ces 2012. Di febbraio. Diciamo che proprio a questo punto iniziai ad avere il leggerissimo sospetto di aver fatto un pessimo affare. A conferma di ciò le immagini del dispositivo – questa volta reale – direttamente dal Ces: decisamente più tozzo rispetto ai mockup pubblicitari e con applicazioni per leggere news, tweet etc così banali che parevano essere state create con Paint. Tra marzo ed aprile ricevetti alcune mail da imSpa: scuse per il ritardo, richiesta di saldo del totale dell’ordine e promessa di spedizione entro fine aprile. Maggio 2012: ancora nulla al polso, ma una mail che mi richiedeva conferma dei dati di spedizione. In effetti, dopo quasi un anno, potevo benissimo aver cambiato casa, città ed anche sesso. Finalmente a giugno 2012 arrivò qualcosa. Non lo smartwatch ovviamente, ma una mail in cui informavano gli acquirenti che il device avrebbe dovuto passare una fase di testing per correggere alcuni bug prima di essere spedito (notate che nel frattempo lo store online era attivo e vendeva il prodotto), che se volevo potevo recedere e chiedere un rimorso o aspettare la fine di luglio per ricevere finalmente questo orologio. Ancora una volta l’istinto restò inascoltato e decisi di attendere. Finalmente a settembre 2012 dopo più di un anno (che per un dispositivo elettronico significa un’era geologica) mi arrivò il tanto atteso imWatch. Com’era? Fui soddisfatto? Ve lo racconto in un’altra storia.

Un’altra storia.

No, seriamente, imWatch fa e faceva schifo anche a confronto con i primi modelli di smartwatch dell’epoca (Pebble in primis).
Il primo grosso, mastodontico problema sono le notifiche, non in tempo reale ma ogni 15 minuti nell’intervallo più ristretto impostatile. E già così la batteria non basta per mezza giornata. Le chiamate dal vivavoce sono poi frustranti – spesso e volentieri non partono – e con una qualità audio ridicola: per sentire ed essere sentiti occorre staccarsi il telefono dal polso ed usarlo come una cornetta. Se una applicazione non è installabile sullo smartwatch, scordiamoci le notifiche, e di programmi presenti nello store online (il più incasinato e meno user friendly della storia) ce ne sono pochissimi: giusto Twitter, Facebook ed email. Il dispositivo poi, grazie al processore che viene doppiato anche da quello della My Magic Diary, garantisce lag a bizzeffe.

Il fallimento di imSpa non mi ha sorpreso più di tanto: dopotutto da una politica di vendita al limite del truffaldino e con un device costoso ma dalle prestazioni deludenti non ci si poteva aspettare altro.

Cordialità,
Il Triste Mietitore