Facebook ha intenzione d’aggiungere i dati degli utenti di Instagram, che ha terminato d’acquisire in settembre, a quelli degli iscritti al social network: è probabile che la maggioranza dei 100.000.000 registrati all’applicazione siano già su Facebook perciò il record di 1.000.000.000 d’utenti non dovrebbe variare granché. Purtroppo, ciò impedisce agli amministratori di garantire quegli strumenti democratici approntati sul social network dal 2009 e quindi gli iscritti non potranno più votare le modifiche ai termini d’utilizzo.

Il meccanismo d’interazione con gli utenti sulle proposte di modifica al trattamento dei dati personali non è semplice. Finora, sono state organizzate due votazioni globali sugli aggiornamenti alla Dichiarazione dei Diritti e delle Responsabilità (DDR) di Facebook: un quorum del 30% degli iscritti determinava la validità della consultazione. Perché fosse possibile organizzarla era richiesto il commento di 7.000 individui alla proposta d’aggiornamento pubblicata su Facebook Site Governance dagli amministratori del social network.

Questa complessa modalità è tuttora in vigore, ma Facebook ha pubblicato una proposta di revisione che intende abolirla in favore di due soluzioni differenti e complementari tra loro. Chiedi al Chief Privacy Officer darà la possibilità d’inviare delle domande a Erin Egan, responsabile della privacy del social network, sui dubbi più frequenti: la stessa Egan risponderà ai quesiti con dei filmati negli Eventi Live di Facebook. È evidente che in futuro gli utenti non avranno un ruolo decisionale sul trattamento dei dati personali.

L’aggregazione dei profili di Instagram è giusto una coincidenza perché Facebook non sarebbe più capace di garantire lo stesso livello di partecipazione democratica. Tuttavia, Our Policy ha indetto una campagna per bloccare l’aggiornamento del DDR: se 7.000 iscritti commenteranno negativamente la proposta di modifica, gli amministratori del social network potrebbero essere costretti a procrastinare la sospensione del diritto di voto. Il condizionale è d’obbligo, perché nulla impedisce a Facebook d’ignorare il feedback ricevuto.

Facebook è una società quotata in borsa e deve adeguare il proprio regolamento a diversi ordinamenti giuridici: il ruolo attivo degli utenti è stato un valore aggiunto degli ultimi tre anni, però non è mai somigliato a una forma di democrazia diretta. Tra gli aventi diritto al voto l’astensionismo è dilagante e, a differenza d’altri contesti elettorali, è davvero difficile condannare quanti non abbiano voluto esprimere la propria opinione. È il Garante della Privacy a imporre gli adeguamenti del DDR a Facebook, non gli iscritti.

Se l’Italia o l’Unione Europea dovessero riscontrare una violazione ai diritti dei cittadini, Facebook dovrebbe adeguarsi oppure risponderne in tribunale a prescindere dalla volontà degli utenti. La sottrazione del voto agli iscritti non limiterà la democrazia sul social network, come la possibilità di votare non lo rendeva più virtuoso: preoccuparsi per delle potenziali conseguenze apocalittiche sarebbe fuori luogo. La maggioranza degli utenti non avvertirà il cambiamento e non ha mai partecipato alle consultazioni precedenti.

Fotografia: Kris Vera-Phillips via Photo Pin (CC)