Nella tarda serata di ieri, Facebook ha introdotto gli Embedded Posts: un’integrazione degli aggiornamenti di stato degli utenti o delle pagine sui siti, utilizzando un semplice codice da copiare e incollare. La funzionalità appare fra le opzioni di condivisione, ma non è ancora disponibile per tutti. È un equivalente dei tweet già incorporabili nelle pagine web, del tutto simile alla soluzione già «rodata» da Twitter. Le idee scarseggiano, fra i dipendenti di Mark Zuckerberg? Secondo me, sì… però la giustificazione è un’altra.

Facebook ha proposto la stessa integrazione per le fotografie di Instagram, qualche settimana fa: sembra che l’esperimento sia riuscito, se è stato esteso a tutto il social network. Personalmente, però, sono interessato ai contenuti — e non alla fonte dalla quale provengono. Non pago per l’accesso alle Application Programming Interface (API) di Facebook, Google+ o Twitter e non penso che dovrei. Gli utenti “passano” inevitabilmente da tutti e tre, quando io li includo nei siti, e visualizzano le relative inserzioni. E il layout?

Devo essere io a decidere come formattare gli aggiornamenti di stato, non Zuckerberg. Quanto “stonano” il blu di Facebook, il rosso di Google+ e l’azzurro di Twitter? Molto, se i colori sociali sono altri. E perché dovrei adeguarmi alle dimensioni dei loro widget? Qualcuno potrebbe obiettare che non tutti sono capaci d’utilizzare le API o agire sul codice sorgente dei siti: beh, rispondo che anch’io m’alleno in palestra… però non pretendo d’essere un istruttore. Gli Embedded Posts sono una risorsa da principianti, che eviterei.