Secondo la cassazione su Facebook si può compiere il reato di diffamazione parlando male di una persona anche senza mai nominarla. Come fare quindi a mandare al diavolo il proprio capo o quello str…. del proprio ex? Bel problema: in teoria non si può, ma se non potete farne proprio a meno uno stratagemma forse c’è.

Dunque, ieri la cassazione ha stabilito (si fa per dire, perché una sentenza non fa legge, ma è un chiaro indizio di come la pensano i giudici) che perché si configuri il reato è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa, come riporta Repubblica. Cioè, puoi maledire e ledere l’onore del tuo capo solo se nessuno lo può identificare. E puoi dare della signorina dai facili costumi alla tua ex solo se nessuno è in grado di capire chi sia (oppure con chiare prove che lo sia, certamente).

Come aggirare lo scoglio? Guardatevi questa infogallery sulla privacy personalizzata che poi vi spiego come potrebbe tornare utile in questo caso.

Il trucco per diffamare l’oggetto delle vostre ire senza diffamarlo, e quindi senza incappare nel reato di diffamazione, è condividere il vostro post con tutti tranne quelli che conoscono il vostro capo, la vostra ex et cetera. Come fare a trovarli? Innanzitutto con Facebook Graph Search: cercate chi è amico del vostro capo, chi ha messo like sulla pagina della vostra azienda, chi lavora per quella e chi è amico di chi lavora per quella. Allo stesso modo dovete procedere per la vostra ex o simili. Escludete dalla condivisione del vostro post chiunque possa conoscere la persona che non state nominando.

A posto così? Nì. Siete certi che nessuna delle persone con cui state condividendo il post conosca la persona che state potenzialmente diffamando o possa identificarla dalle vostre parole? Se la risposta è sì, non state diffamando nessuno. Se vi sbagliate però rischiate di essere perseguiti per diffamazione.