Alzi la mano chi non ha mai copiato qualcosa in vita sua. Tutti almeno una volta l’abbiamo fatto, specialmente a scuola durante i compiti in classe: in queste occasioni però solitamente si faceva con il benestare del compagno di banco che ci lasciava sbirciare dal suo foglio. Entrambi ottenevamo un vantaggio: noi magari invece di prendere il solito 3 arrivavamo ad un 5 e mezzo ed il suggeritore si evitava di trascorrere l’intervallo con la testa infilata nel water a cantare la sigla di “D’Artagnan ed i Moschettieri del Re”.

Anche nei social, come nella vita si copia a più livelli. Facebook e Twitter, ad esempio, copiano le funzioni usate dal rivale: hashtag e tag nelle foto da caratteristiche distintive di uno sono diventate comuni ad entrambi. E poi, cos’altro non è il tasto retweet o condividi se non un modo legalizzato per copiare il materiale di un altro sulla nostra bacheca o profilo? Certo, in questo caso la fonte originale viene in automatico citata e tutti sono contenti. C’è poi anche qualcuno scorretto che ripropone un tweet come se fosse suo, riscrivendolo dal proprio profilo. Ma copiare da Twitter in Twitter battute di successo solitamente non paga: tempo due secondi si viene messi alla berlina. Perché quando le nefandezze si svolgono all’interno dello stesso social è più facile che si venga notati & crocefissi.
E quando i copioni sono vengono da social network diversi? In quel caso le cose si fanno più difficili e spinose. Anche perché dietro a volte c’è un vero e proprio business economico. Mi spiego meglio.
Ho notato – ma probabilmente non sono il solo – che certe pagine Facebook molto famose (voglio puntare l’indice sul peccato e non sul peccatore, ma stiamo parlando di pagine con anche 2 milioni di Like) fanno circolare delle caption (vignette) con battute già sentite. Se uno va su Twitter ad indagare si accorge che sono prese pari pari da tweet scritti un paio di giorni prima. Andando a spulciare queste pagine popolarissime con un po’ d’occhio critico ci si rende conto che – in alcuni casi – la percentuale di materiale “liberamente ispirato” da Twitter (e di solito da una cerchia di 10-15 autori) può raggiungere anche il 100% dei post.
Spesso ho trovato battute brillanti di gente che seguo, a volte anche alcune mie. Se siete twitteri che si divertono a scrivere cose comiche, vi invito a fare un salto su Facebook: scommetto che troverete sistematicamente su queste pagine i vostri tweet che hanno superato i 100 rt.

Ora, se uno si mette a scrivere su internet deve accettare la possibilità che i suoi testi girino in lungo ed in largo, altrimenti farebbe meglio a vergarli sul classico diario cartaceo chiuso a chiave nel cassetto della scrivania. Ma questo modo di fare è molto scorretto per una serie di buone ragioni:

1. Le pagine Facebook che copiano guadagnano dei soldi dalla loro popolarità. Alcune vendono gadget vari (magliette, agende, diari, cover per il cellulare etc), altre pubblicano inserzioni a pagamento.

2. Non accreditano l’autore originale, prendendosi quindi tutto il merito e costruendosi una fama da grandi battutisti. Questo può tradursi in collaborazioni retribuite con riviste e media.

3. Se un mio tweet viene usato, solitamente vengo notificato in qualche maniera, in modo da avere la possibilità di richiedere che sia eliminato nel caso lo volessi per qualsiasi ragione. Su Twitter ti arriva il messaggio che sei stato retwittato e servizi come Storify (un sito che permette di raccogliere tweet ed incorporarli poi in una pagina web) mandano una mail di avviso. In questo caso no e ti viene negato un diritto.

4. Il vantaggio non è distribuito equamente: loro usano il vostro materiale senza che ne ricaviate almeno un po’ di visibilità. Intendiamoci, si tratta di pagine con milioni di lettori: se una di esse almeno linkasse il vostro sito o profilo Twitter nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi ancora grazie.

5. Correte il rischio di passare voi per copioni: molti twitteri che si dilettano a fare batture – me compreso – hanno anche loro stessi una pagina Facebook dove postano ogni tanto caption con i loro tweet più riusciti: se un utente disinformato vede la stessa prima su di una pagina con 2 milioni di Like poi sulla vostra che certamente ha portate ben inferiori, secondo voi a chi va il titolo di copione?

Ora per correttezza d’informazione bisogna dire che esistono anche pagine non del tutto scorrette. Durante la mia ricerca mi sono imbattuto in alcune che creano caption con battute di ignari utenti di Twitter, però nel testo a corredo dell’immagine ne riportano il nome. Questo non è cliccabile e passa praticamente inosservato (cosa vuoi che sappiano significhi gli utenti Facebook @tiziocaio), ma almeno è qualcosa. Un link vero e proprio probabilmente non lo posteranno mai neppure queste pagine più virtuose, perché Facebook penalizza in termini di visibilità un post con link che portano fuori dal suo dominio.

Concretamente cosa si può fare se ci si accorge che qualcuno su Facebook usa il vostro materiale (e ci guadagna pure)?

Scrivergli. La legislazione italiana è ancora abbastanza lacunosa in termini di diritto d’autore digitale ma, per assonanza con altri casi, alcuni avvocati dai quali mi sono informato mi hanno confermato che ci sarebbero in teoria i presupposti per un’azione legale vincente. Senza chiaramente arrivare a questo, gli si può banalmente chiedere di smettere di usare il vostro materiale o almeno citare la fonte con un link cliccabile. Se avete anche voi una pagina Facebook, proponete di taggarla all’interno dell’immagine: in questo caso il post non viene neppure penalizzato come visibilità.

99 su 100 (mi ci gioco la falce) vi giureranno che non useranno più i vostri tweet, tanto (sottinteso) non siete mica gli unici fessi da cui attingere. Per queste ragioni vi consiglio, nel caso vediate la battuta di un vostro amico in posti diversi dai suoi profili, di avvisarlo e suggerirgli di fare come avete fatto voi. Il mare della rete è sconfinato, ma si può svuotare un cucchiaino alla volta se si ha pazienza.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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