Sì, oggi le macchine sono in grado di pensare: Eugene Goostman – un bot che pretende d’essere un tredicenne, realizzato da tre sviluppatori russi col quale è possibile chattare online sul sito dell’università di Princeton – ha risolto il test che Alan Turing aveva concepito nel 1950 per mettere alla prova l’intelligenza artificiale. Sabato, nel sessantesimo anniversario della morte dello scienziato, è riuscito a convincere un terzo dei giudici della Royal Society. È un risultato eccellente, che non era mai stato ottenuto prima.

Lo stesso bot aveva convinto ventinove giudici in un’altra sessione di test nel 2012, in occasione di quello che sarebbe stato il centesimo compleanno di Turing. È incredibile il livello raggiunto dall’intelligenza artificiale, già capace di riconoscersi allo specchio come QBO: il robot open source di Francisco Paz. La chiave del successo di Goostman, secondo gli sviluppatori, è stata la caratterizzazione del personaggio che ha tredici anni e vive a Odessa in Ucraina. Un espediente affinché il dialogo risultasse più convincente.

I giudici, infatti, sarebbero stati più indulgenti nell’interrogare un ragazzo dell’est europeo. Quali altre frontiere riuscirà ad abbattere l’intelligenza artificiale? Intel ha mostrato alcune possibili applicazioni al Future Showcase di Milano [vedi gallery]: Goostman è un software che pensa come un essere umano — e, un domani, potrebbe sostituire l’umanità nelle fabbriche come vorrebbe Google. Dovremmo iniziare a preoccuparci o, piuttosto, entusiasmarci per l’ultima frontiera dell’informatica? Fino a dove è giusto spingersi?

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