L’errore umano è stato studiato da duemila anni. Già Seneca il Giovane sapeva che sbagliare è umano. È continuare a farlo che è il problema. Il fattore umano incide per dei numeri spaventosi sui disastri che accadono ogni giorno ha sintetizzato ieri Hoang Huynh, designer freelance, in uno dei più divertenti e utili talk della storia di Codemotion.

Che cos’è un errore umano? Qualsiasi cosa che diminuisca le performance del sistema. Mi piace questa definizione. Un errore è qualcosa che devia da un piano prefissato. Un errore però non è un errore fino a che il disastro non è avvenuto. Se non è possibile rilevarlo, un errore non esiste. L’errore umano non è mai la causa di qualcosa, ma un sintomo di un errore di progettazione – sostiene Hoang – Si tratta di un comportamento che non puoi prevenire, ma puoi prevedere: un discostamento da quello che ti aspetti. Se hai una serie di task da compiere, un errore umano è una deviazione da questo progetto.

Dopo il suo talk ho fermato Hoang per approfondire per capire come uno sviluppatore, un designer, ma anche una persona comune dovrebbe comportarsi per evitare di commettere errori.

Da quello che dici, il modo migliore per non commettere errori sembrerebbe essere non avere un piano d’azione.
Chi non fa non sbaglia, d’altra parte (sorride). Diciamo che riducendo il numero di task, la loro complessità e la loro lunghezza è possibile ridurre la probabilità d’errore. L’errore in sé non è grave, il problema sono le conseguenze. Quando sono irreversibili o istantanee allora l’errore diventa grave.

Come si fa a evitare gli errori?
Quando disegni un’interfaccia devi disegnare per errori. Se puoi devi prevenire l’errore con un’informazione chiara. Devi essere capace di far capire a chi sbaglia che ha sbagliato. Un errore non identificato non è un errore. Oltre a trovare l’errore devi pensare anche a dare strumenti perché il sistema sia tollerante agli errori. Prendi Gmail. Quando crei un account Google ti assegna sia il nome per intero che la versione nome punto cognome. Puoi usare il punto o no, le mail ti arrivano lo stesso. È molto costoso, ma è tollerante.

Come si fa a prevenire gli errori?
La regola dice che una cosa che cambia deve farlo sempre per due dimensioni, come per esempio l’aumento di font e il cambio di colore. Questo perché se sei cieco a una di queste due dimensioni significa che non sei in grado di ricevere stimoli da quel lato lì.

A livello personale, come si fa a evitare errori?
Devi riconoscere le mancanze e creare strategie. Questo tipo di strategie sono personali. Non c’è una regola e non può esserci, perché dipende da persona, risorse, contesto e dal task che stai facendo. Devi trovare degli automatismi per evitare l’errore. Pensa alla cordicella che collega il blocco a disco delle moto al volante. In questo modo non rischi di partire con la moto legata.

Come fai a capire se è colpa della tecnologia o colpa tua?
Tu non puoi. È veramente difficile. Nel momento in cui fai un paragone del tuo lavoro con quello di n persone, se queste non si lamentano ti senti stupido, altrimenti ti accodi alla fila e allora scattano meccanismi psicologici e sociali per cui la colpa non è più tua.

Durante il talk hai presentato un interessante modello. Fissi un obiettivo primario, definisci l’innesco e gli obiettivi secondari. Inizi l’azione e la concludi solo quando tutti i task secondari sono stati raggiunti.
Si tratta di un modello che aiuta, è abbastanza semplice per quanto fallace. Ti aiuta però a capire perché le persone si comportano diversamente da come ti aspetteresti. Queste sono teorie. Ti aiutano a progettare cose con un criterio che non avresti mai preso in considerazione. Tutti dicono che devi soddisfare le richieste dell’utente. Aggiungere feature sulla base delle richieste non va però bene. Il buon senso è corretto, ma se applicato beceramente può non funzionare, perché il contesto può richiedere una progettazione diversa. È necessario porsi le domande giuste per dare le riposta corrette.