Continua il percorso del DRM, nel programma del W3C: le Encrypted Media Extension (EME) sono state confermate e diventeranno presto uno standard — sì, proprio come HTML5. Un pericolo sottolineato da Cory Doctorow che su Boing Boing paragona il provvedimento al Grande Fratello orwelliano. Secondo la Electronic Frontier Foundation, il problema non è tanto generato dalla presenza del “solito” DRM sulle pagine web… quanto dal danno al ruolo esercitato dal W3C nella standardizzazione delle tecnologie che utilizziamo quotidianamente.

Perché il DRM costituisce una simile «aggressione» ai diritti dei consumatori? Beh, Doctorow l’ha riassunto benissimo: il browser potrà decidere cosa concedere all’utente e cosa, invece, no. Le EME erano già considerate dal W3C un Working Draft – cioè, una bozza d’implementazione soggetta a due ulteriori passaggi di revisione – e il proseguimento dello sviluppo non dà adito a dubbi. Il W3C, complici gli interessi delle multinazionali, è determinato ad associare il Digital Rights Management (DRM) alle nuove funzionalità di HTML5.

Standardizzare il DRM significa incentivare chi distribuisce i contenuti multimediali ad attivarlo: senza dei plugin da installare, i broadcaster non avranno problemi nel ricorrere alle restrizioni su qualunque browser. Benché sia palese che il DRM non sia servito a combattere la pirateria informatica, come ricorda Ian Hickson, il futuro potrebbe riservare una “crescita” esponenziale dei blocchi che coinvolgerebbe qualunque servizio di streaming. Perché il W3C dovrebbe assecondare una pratica lesiva dei diritti dei consumatori?

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