Il silenzio elettorale imposto dalla legge è stato biecamente ignorato in queste che sono le prime elezioni social per il nostro Paese. Sui social media infatti partiti e privati si sono scatenati per diffondere il proprio messaggio, invitare al voto e denigrare l’avversario. Come ha raccontato bene Angelo Valenza in un blogpost.

Insomma, i mezzi di informazione hanno strepitato e puntato il dito verso Berlusconi, che ha violato il silenzio elettorale parlando con la stampa, ma dei social si son curati poco.

Cos’è il silenzio elettorale? Secondo la legge 212 del 4/4/1956 nel giorno precedente ed in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi, le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri e manifesti di propaganda.

Eppure fra Facebook e Twitter, giusto per limitarci ai più diffusi, ho trovato una valanga di messaggi pro e contro questo o quel partito o movimento. Poi a uno gli viene voglia di partecipare e qualche battuta ce la si concede senza pensarci troppo sopra. Quindi alla fine anche tu ti ritrovi a violare il silenzio elettorale. Che, per inciso, sarebbe un momento in cui la gente non parla più e si riflette su quello che si è sentito durante la campagna elettorale. Gli indecisi decidono. Siccome però a questo giro gli indecisi sono determinanti, e siccome si tratta delle prime elezioni social, allora i partiti ne hanno approfittato.

Ho discusso del tema con Rudy Bandiera su Twitter e ci siamo ritrovati d’accordo nel dire che il silenzio elettorale sui social anche per la gente comune è una cosa che fa un po’ sorridere. Altri hanno interagito con noi. Forse però dovremmo adeguarci, perché i social non sono un mondo virtuale a sè stante, ma una realtà parallela in cui quello che succede si ripercuote sulla vita reale. E in fondo sui social c’è molta gente che cura e distribuisce contenuti e con il proprio klout influenza magari altre persone. Quindi bloccare solo i politici non avrebbe senso. Né risultato: su Twitter chiunque può creare un account e i politici possono aizzare i propri sostenitori su Facebook. #sucate e non dico altro.