Ieri Dropbox ha annunciato l’imminente apertura degli uffici europei a Dublino, in Irlanda: subito sono stati pubblicati degli annunci di lavoro per accrescere il numero dei professionisti che saranno impiegati presso la nuova sede, ma è curioso soprattutto l’insediamento in sé. Negli ultimi anni, infatti, Dublino è diventata la meta più ambita dalle aziende statunitensi che vogliano aprire una succursale in Europa. Amazon, Facebook, Google e Twitter sono le più popolari ad avere scelto l’Irlanda per essere sul mercato europeo.

Non potendo essere giusto una coincidenza, mi sono domandato perché la scelta ricada tanto spesso su Dublino: non è stato difficile trovare una risposta poiché, com’era immaginabile, è tutta una questione di tasse. Rispetto a Londra, per esempio, la capitale dell’Irlanda ha una tassazione dimezzata e grazie al regime fiscale irlandese le aziende come Google continuano a risparmiare milioni di anno in anno. Gli impiegati della Silicon Valley non hanno problemi con la lingua e accettano molto volentieri il trasferimento a Dublino.

Il Financial Times in una ricerca dell’anno scorso stimava in 3 milioni di euro il risparmio della succursale irlandese di Google tra il 2009 e il 2010: l’azienda ha pagato appena 15,3€ milioni di tasse, generando profitti per 7,9€ miliardi. L’ecosistema delle imprese statunitensi che scelgono Dublino fattura più di quelle che operano in Gran Bretagna e paga meno tasse della Silicon Valley, senza contare che la città è una meta turistica e una sede universitaria europea d’eccellenza. Dropbox ha effettuato la migliore scelta possibile.

Tanto più che in questi giorni Google è entrata nel “mirino” di Francia, Germania e Gran Bretagna per una presunta evasione fiscale: all’operazione s’aggiungono Spagna e Italia dove l’azienda ha delle succursali con Amazon, Facebook e Microsoft che pure compaiono nell’indagine. Sembra, infatti, che gli economisti delle multinazionali abbiano trovato degli espedienti per ridurre l’impatto delle tasse in Europa. Il problema non riguarda ancora Dropbox, ma è indicativo delle differenze tra i regimi fiscali statunitense ed europeo.

In sostanza, per fronteggiare la crisi internazionale dei mercati, i Paesi europei pretenderebbero dagli indagati un risarcimento delle tasse non pagate a causa d’una falla nel sistema: l’economia dell’Europa non è omogenea fra gli stati e la maggioranza dei membri più illustri dell’Unione accusa proprio l’Irlanda d’avere predisposto un regime fiscale inadatto. Dublino, respinte le accuse al mittente, non ha alcuna intenzione di modificare le normative statali per assecondare una tassazione straordinaria delle aziende implicate.

Le penali che parte dell’Europa vorrebbe infliggere ad Amazon, Facebook, Google e Microsoft partono dal presupposto che le nuove tassazioni siano retroattive: un principio che gli ordinamenti giuridici occidentali non hanno mai previsto. Anziché interrogarsi sull’adeguamento delle norme al mercato virtuale, l’Unione punterebbe a incassare delle tasse che finora non erano previste. La barriera di Dublino a questa soluzione improvvisata per coprire i debiti pubblici è un incentivo al trasferimento in Irlanda della Silicon Valley.

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