A sorpresa, Google ha completato la CTS (Compatibility Test Suite) su N1 e autorizzato Oppo a installare il Play Store e le app ufficiali su CyanogenMod OS: è in assoluto la prima volta che un fork di Android può legittimamente accedere a quei servizi, che gli utenti sono costretti a recuperare dagli .apk esportati dalla versione stock del sistema operativo. Una scelta inconsueta che metterebbe a tacere le voci sulla maggiore chiusura di Android, ma che – osservata dall’esterno – ha un preciso intento, a sfavore di CyanogenMod.

Non voglio scadere nella teoria del complotto, però Google non ha autorizzato tutti i dispositivi: N1 è uno smartphone sui generis, che offre una fotocamera rotante e dei componenti di fascia media a un prezzo eccessivo. Gli stessi manutentori di CyanogenMod non l’apprezzano granché e non scommetterei sul successo del prodotto, perciò il ritorno d’immagine della multinazionale è legato soltanto alla disponibilità del Play Store che comunque avrà un numero esiguo d’installazioni — rispetto al totale dei device con CyanogenMod OS.

Sarei favorevolmente stupito se Google estendesse la certificazione al futuro smartphone di OnePlus, prodotto dall’ex Vice Presidente di Oppo in diretta collaborazione con Steve Kondik. Del resto, il Play Store è una fonte di guadagno sulle app e i contenuti multimediali: nulla vieta a Google d’incassare anche dai dispositivi che installano un fork, come accade ogni giorno con le ROM (Read-Only Memory) dei singoli produttori. Tuttavia, se così non fosse gli utenti sarebbero portati a preferire l’N1 al nuovo prodotto di OnePlus.