Lunedì, dopo oltre due anni dall’avvio del progetto, Creative Commons ha pubblicato la quarta versione delle proprie licenze: un percorso che ha coinvolto «alcune delle migliori menti in materia di diritto d’autore e licenze aperte sul pianeta». L’organizzazione ha incluso dozzine d’aggiornamenti, ma il più significativo riguarda indubbiamente l’esistenza di un’unica variante che è valida in tutto il mondo. La 4.0, infatti, non prevede dei porting da adattare alle leggi nazionali del paese di provenienza del determinato autore.

Non cambia la struttura modulare delle licenze: le Creative Commons sono “componibili”, scegliendo fra tre opzioni che prevedono la ridistribuzione commerciale o non commerciale e la possibilità di modificare le opere — mantenendo gli stessi termini oppure no. La versione 4.0 risolve i problemi che avevano le precedenti sui diritti connessi, ma non esplicitamente previsti, al copyright. L’autorizzazione al riutilizzo dei contenuti potrebbe essere inficiata per alcuni fattori sui generis, che da adesso la nuova licenza considera.

Tanto questo aspetto, quanto la maggioranza delle altre migliorie è stato orientato all’Unione Europea: un esempio è la considerazione del diritto morale dell’autore, che può scegliere di bloccare il riutilizzo delle opere a terzi — se, per semplificare, non ne condividesse eticamente il contesto. E, ancora, Creative Commons garantisce l’anonimato del licenziatario e concede trenta giorni per correggere le violazioni alla versione 4.0 della licenza, anziché considerarla subito decaduta, a causa di utilizzi impropri dall’autore.