Ho uno smartphone, compro applicazioni, contribuisco alla crescita di un ecosistema. Vale per iOS come per Android; ed esattamente per entrambe le piattaforme vale una regola aurea, ossia quella di non far pagare gli upgrade di un’applicazione. Nonostante la meccanica degli aggiornamenti di App Store e Google Play sia piuttosto acclarata e affermata infatti, alcuni sviluppatori decidono di inserire in queste piattaforme i major upgrade in veste di “nuove app”, con un nome diverso. Ad esempio, il team di Reeder ha rilasciato Reeder 2 chiamandolo esattamente così, e svincolandolo così dagli acquisti della precedente versione.

Marco Arment ha scritto in queste ultime ore un post molto carino sul perché non far pagare gli upgrade, cosa che ha a che fare essenzialmente con la cosiddetta willingness to pay degli utenti: la tesi di fondo è che fondamentalmente è pieno di applicazioni gratuite, e che sostanzialmente avendo già pagato un’app, un utente non sarà molto propenso a spendere altri soldi solo per avere la versione successiva. Se è vero o no, sinceramente lo lascio decidere a qualcun altro: sicuramente, i miei amici con iOS non hanno ancora comprato Reeder 2 (nonostante la release per iOS 7 - di cui potete leggere i feedback in rete nel post di Iddio), e ci sarà pure un motivo.

Con la concorrenza che ci viene fatta dalle applicazioni gratuite quindi, c’è bisogno di introdurre nuovi modelli che invoglino l’utente a spendere per delle feature specifiche: magari, sarebbe intelligente fare un uso interessante di caratteristiche sbloccabili solo tramite in-app purchase, una ad una, rendendo gli update granulari e non frustrando l’utente con una versione del software che non sarà più mantenuta e non riceverà più bugfix. Oltre questo, se anche volessimo aggiustare un bug nel nostro codice vecchio, staremmo così mantenendo due linee di progetto anziché una singola mainline.

Photo credits: Tim Malabuyo cc