Non c’è una relazione diretta tra i comportamenti violenti messi in campo dai bambini e l’uso che questi soggetti fanno dei videogiochi violenti. Lo ha stabilito la Corte Suprema Americana.

Nello Stato della California, le normativa, accetta questa equivalenza e dà per certo che i ragazzi che fanno uso di video giochi in cui è previsto l’uso della violenza per completare la missione, mettano poi in campo una serie di comportamenti violenti anche nella realtà.

La Suprema Corte Americana non è convinta da questa spiegazione e alla fine di giugno ha stabilito che i videogiochi ritenuti “violenti” non possono essere vietati ai minori. Il divieto di vendita dei game sarebbe quindi incostituzionale.

È messo un punto, così al caso giudiziario intentato da Brown contro l’Entertainment Merchants Associations. La Corte fa anche riferimento al fatto che i divieti di vendita ledono la libertà di parola che negli States è sancita dal Primo Emendamento.

Siccome non ci sono prove scientifica sulla correlazione tra giochi violenti e comportamenti violenti, i videogiochi sono protetti dal principio espresso nel Primo Emendamento. Anche perché non è possibile stabilire se siano più violenti i game rispetto ad altre forme di comunicazione o di intrattenimento, per esempio i film.

In questo modo, spiega la Corte, si evita di istaurare un vortice di censura.