Alex Polvi è un giovane sviluppatore che – da un garage nella Silicon Valley, proprio come i creatori di Google – ha ideato CoreOS, una distribuzione minimale di Linux da tenere sott’occhio. Non è semplice spiegare perché il progetto sia davvero geniale, specie a chi non avesse dimestichezza col sistema operativo, ma proverò comunque a giustificare il mio entusiasmo: CoreOS permette potenzialmente a tutti di creare delle infrastrutture open source per il cloud computing, che possano ospitare numerosi servizi o applicazioni web.

Procediamo per gradi: in sé, CoreOS è una distribuzione che prevede soltanto il kernel – ovvero, il “nocciolo” – di Linux e systemd, un gestore dei processi che avvia i servizi essenziali con l’inizializzazione del sistema. Nient’altro. È sufficiente ad avviare delle macchine virtuali, ma non potrebbe essere utilizzato dall’utente finale perché non prevede un gestore dei pacchetti o un’interfaccia grafica. Tuttavia, dal punto di vista tecnico, potremmo paragonarlo a Chrome OS che associa il browser a un’installazione essenziale.

Cosa c’entra Chrome OS e perché CoreOS è un’intuizione tanto importante? Google, realizzando il proprio sistema operativo, ha pensato ai consumatori: Polvi agli sviluppatori. Il concetto è lo stesso, perché entrambe le soluzioni basano l’esperienza-utente sul browser. Chrome OS permette d’eseguire le applicazioni web, CoreOS fornisce l’infrastruttura necessaria a ospitarne i componenti. Quando utilizziamo una app – che sia “nativa” o meno – essa dialoga col server per fornire tutti i servizi correlati e CoreOS li fa funzionare.

In termini relativamente più semplici, CoreOS permette d’ospitare un’infrastruttura simile ad Amazon Web Services (AWS) sul proprio computer. Immaginate l’intero data center di Facebook, ospitato sul desktop: le startup possono abbattere i costi del cloud computing, senza rinunciare alle prestazioni. Quello di Mark Zuckerberg è un prodotto troppo elaborato perché ciò sia davvero possibile, ma – nelle dovute proporzioni – il paragone non è fuori luogo. CoreOS è sufficiente a realizzare una propria Google fai-da-te sul portatile.

Essendo un’infrastruttura scalabile, può essere utilizzata indifferentemente da individui o multinazionali. Faccio un esempio pratico: il programmatore che intendesse creare una app, utilizzando CoreOS dovrebbe giusto possedere un computer e una connessione a banda larga per realizzare un servizio accessibile a migliaia d’utenti senza sacrificare il sistema operativo col quale lavora e accede a internet, poiché la distribuzione è una semplice macchina virtuale. Non conosco delle alternative meno costose e altrettanto producenti.

Spiegato cos’è CoreOS, esistono due fattori che potrebbero determinarne il successo: il primo è Greg Kroah-Hartman, coinvolto nel progetto, che mantiene tuttora il ramo stabile del kernel di Linux. Dopo Linus Torvalds è una delle persone-chiave del sistema operativo. Il secondo, invece, riguarda le possibilità d’aggiornamento — perché CoreOS può subire un totale upgrade, senza interrompere l’erogazione dei servizi associati. Significa passare da manutenzioni annuali dei server a update mensili, settimanali o persino quotidiani.