Guadagnare con Twitter è uno dei sogni di tanti utenti, twitstar o aspiranti tali.
In un momento di crisi nera e instabilità, i social network possono essere un approdo sicuro, se uno li sa usare, e l’idea di guadagnare grazie ai propri contenuti e al proprio pubblico è sempre allettante.

Così si comincia a ragionare sul come e sul perché, a cercare un escamotage, un modo per monetizzare con l’account, che non sia il solito “uso i followers per portare tante visite al blog e fare soldi con Google Adsense”, e forza di ragionare prima o poi si arriva alle grandi domande: ma l’account si può vendere? Twitter lo permette? C’è qualcuno che lo compra? C’è un mercato per queste cose, come per quello dei finti followers?

La situazione è un po’ caotica, in quanto 1) Twitter non permette ufficialmente la vendita dell’account, e 2) è comunque possibile venderlo in quello che potremmo definire il mercato nero degli account, che esiste come per tutte le cose, ma non è così facile.

1) Il regolamento di Twitter, ovvero i termini di servizio, non vieta espressamente di vendere un account. C’è scritto che è vietato farne uno allo scopo di venderlo, ma sarebbe difficile dimostrarlo. Esempio: se io oggi prendessi l’account di @lddio, e con gli appositi tool cancellassi tweet e foto, cambiando nome e facendolo diventare un account per la vendita online di aspirapolveri, Twitter come farebbe a sapere con certezza se l’account è stato venduto, o se sono io che ho cambiato lavoro e ho bisogno di vendere aspirapolveri? Twitter si riserva il diritto di valutare la cosa, e semmai chiudere l’account, ma potrebbe anche non farlo. Non c’è una certezza su cui fare affidamento per gli affari.

2) Stando così le cose, chi mi impedisce di contattare (i modi sono innumerevoli) un compratore e proporgli la vendita dell’account con un accordo privato, all’oscuro da Twitter? Supponiamo che ci sia un’azienda cinese che vuole vendere i suoi prodotti in Italia: arrivo io, e gli dico che ho un account Twitter con duecentomila followers italiani, e ci mettiamo d’accordo su un prezzo. Nel contratto aggiungo la clausola per cui, se Twitter decidesse di chiudere l’account, il nostro accordo rimarrebbe valido, e se loro firmano la cosa è fatta: account venduto all’oscuro da Twitter. Ma senza regole e tutele precise, l’azienda cinese potrebbe fregarmi in mille modi diversi.

Il succo della questione è che, a differenza di Facebook (che è più tollerante, e in fondo a Zuckerberg non interessa molto se vendi account o pagine, tanto lui ci guadagna comunque), Twitter ha politiche e obiettivi diversi, e non gradisce la vendita degli account, perciò non crea le condizioni per renderne stabile e conveniente il mercato.
Non puoi sapere con certezza se Twitter studierà le tue mosse e quindi deciderà di chiuderti arbitrariamente l’account, per sospetta vendita o qualcosa del genere, così nell’ambiguità del mercato nero tutto è permesso e tutto è rischioso, e quindi è più conveniente tenersi il proprio account.

I sogni di ricchezza, poi, si infrangono contro un altro muro: quello del reale valore di vendita.
Tempo fa giravano tool in grado di calcolare il valore del proprio account, e tiravano fuori belle cifre (l’account di Dio stava sui centomila dollari), ma – ammesso che sia un calcolo sensato e un valore vero, e ho i miei dubbi – chiaramente nessuno mi comprerebbe l’account a quella cifra, nemmeno a dieci volte di meno: il valore di vendita è un’altra cosa.
Chiunque tu sia su internet, devi sempre tenere presente che in fondo non sei così speciale, e che il tuo fichissimo account non vale così tanto: al massimo, se ci sai davvero fare, è la tua testa che vale, non l’account. E se qualcuno, poi, dovesse essere davvero così morbosamente interessato al tuo account da spenderci una montagna di soldi, presto si renderà conto che gli costerebbe meno pagare un team di hacker russi, per trovare il modo di rubartelo.

Insomma, il mercato degli account ovviamente esiste, ma è una giungla selvaggia, anarchica, senza regole, e a meno che tu non sia l’Al Capone del web, ti consiglio di non infilartici.