La storia di Facebook è nota e arcinota, anche perché due anni fa il buon David Fincher gli ha dedicato un film di grande successo, film che ha stampato per sempre il nome di Mark Zuckerberg nella testa della gente. Ma su Twitter cosa si sa? Chi era il fondatore o i fondatori? E come gli è venuta la folle idea di fare un social in cui si scrivono cose in 140 caratteri?
Vai a leggertelo su Wikipedia, direte voi, ma stavolta Wiki non può aiutarci granché, perché la storia di Twitter che riporta è piuttosto incompleta. Risalendo a una delle fonti di Wikipedia, infatti, ho messo le mani su un interessante e lunghissimo post di Businness Insider, un blog americano che ha ricostruito più accuratamente la vicenda, mostrando come uno dei principali fondatori sia stato tagliato fuori e quasi cancellato dalle vicende del social.
La storia di Twitter inizia con un fallimento.

Era l’inizio del 2006, e nella solita California delle rivoluzioni tecnologiche Evan Williams (creatore di Blogger e CEO di Twitter fino al 2010), Biz Stone e Noah Glass stavano per lanciare nel web Odeo, una piattaforma per gestire i podcast, innovativa e simile a una casella vocale. Lo staff lavorava a pieno ritmo già da diversi mesi, ma all’improvviso giunse la notizia (assolutamente fondata) che ben presto la Apple avrebbe lanciato qualcosa di epocale nel mondo della tecnologia – ovvero l’iPhone – e che sarebbe stato accompagnato da una nuova versione di iTunes arricchita e aggiornata, studiata appositamente per dare a tutti i fan della mela morsicata una grande piattaforma di podcasting.

Ritrovarsi da un giorno all’altro la Apple come futuro principale concorrente non è esattamente una buona notizia: il progetto Odeo era fallito ancor prima di iniziare. I ragazzi dello staff, disperati e pressati dal CEO Evan Williams, si spremettero le meningi per trovare un’altra idea originale che li salvasse dal fallimento. Williams chiese proprio a ognuno di loro di pensare a qualcosa, qualsiasi cosa pur di non affondare. È qui che entra in scena l’ideatore e fondatore ufficiale di Twitter, Jack Dorsey, all’epoca trentenne, brillante impiegato di Odeo, frustrato dai suoi incarichi poco soddisfacenti.

Jack Dorsey aveva in mente da un bel pezzo l’idea un servizio basato sugli aggiornamenti di stato o status, che gli utenti si sarebbero spediti via sms. Era solo una bozza, e praticamente non aveva sostenitori, ma Dorsey legò con uno dei pezzi grossi di Odeo, Noah Glass, che ragionandoci su capì che quella poteva essere l’idea buona per salvare la baracca. Si trattava di creare un social composto da gruppi di utenti che si scambiavano via sms aggiornamenti di stato visibili a tutti, e che quindi avrebbero spinto altri a commentare, rispondere, partecipare, ecc.

Una roba difficile da immaginare, e ancor più difficile da prendere in considerazione sul serio, eppure Glass in qualche modo aveva capito che l’idea di Dorsey non era solo un giochino per telefonini. Nonostante quella fosse l’epoca d’oro di MSN Messenger, Glass, che osservava continuamente internet, intravedeva un diverso bisogno di comunicare. La gente non voleva usare soltanto le chat, e non voleva neanche limitarsi a leggere e commentare i blog. C’erano nuove strade da tentare, e forse uno strumento di comunicazione non in real-time, però comodo e veloce come un sms, poteva avere un futuro: era l’alba del microblogging.

Glass e Dorsey erano entusiasti di questa idea, soprattutto Glass, che venne messo a capo del progetto e chiamò a lavorarci anche un collaboratore tedesco, Florian Weber, un nome poco noto nella storia del social. Riflettendoci un po’, Glass trovò anche un nome per la loro creatura, ispirandosi sia al già celebre Tumblr, sia ai servizi di messaggistica americani con numeri a 5 cifre. Nacque così TWTTR, il cui nome ricorda l’onomatopea di un cinguettio; qualche tempo dopo sarebbero arrivate anche le vocali.

Il 21 marzo 2006 alle 21:50 Jack Dorsey pubblicò il primo tweet della storia: “just setting up my twttr”. Per sperimentare il social, Glass lo fece usare agli impiegati di Odeo, che furono i primi a twittarsi qualcosa tra di loro. L’esperimento andò piuttosto bene: a fine mese ogni impiegato trovò nella bolletta aziendale un addebito di circa 300 $ di sms, centinaio più, centinaio meno. La compagnia telefonica disse al CEO Evan Williams che non aveva mai visto un simile traffico di messaggi. Un capo qualsiasi avrebbe rimproverato gli impiegati per una bravata del genere, e invece Williams a sorpresa decise di pagare le bollette di tutti. Fu solo generosità, o sapiente calcolo?

Nell’estate del 2006 Glass e Dorsey fecero capire al capo Williams che Twitter prometteva bene, e soprattutto Glass gli disse che intendeva tirarlo fuori dalla fallimentare Odeo e farne una compagnia a parte, con lui a capo, ovviamente. Williams si dimostrò un po’ scettico, ma poi fece qualcosa di strano, di corretto o di astuto, a seconda dei punti di vista: scrisse agli investitori di Odeo dicendo loro che la società andava male, che le previsioni erano pessime e che non avevano niente di interessante da lanciare sul mercato, tranne una roba chiamata Twitter, ancora poco sviluppata per dire se poteva funzionare o no, e soprattutto totalmente diversa dalla piattaforma di podcasting in cui avevano investito all’inizio.

Williams, in conclusione, disse ai suoi investitori che voleva evitare loro una perdita economica e che preferiva rimborsargli i soldi che avevano investito in Odeo, una cifra pari a 5 milioni di dollari, che però Williams possedeva. Tutti gli investitori, dopo aver letto questa lettera, accettarono la proposta, così lui pagò di tasca sua tutte le loro quote, ricomprando di fatto Odeo e cambiando subito nome in Obvious Corporation.
Williams aveva forse fiutato l’affare di Twitter? Con quella lettera, aveva forse cercato di svalutarlo agli occhi degli investitori, per ricomprarlo e averlo tutto per sé? È un accusa pesante, alcuni investitori dicono di no, che era in buona fede, ma altri dicono di si e si ritengono truffati. In ogni caso, con Twitter loro non persero e non guadagnarono un centesimo.

A quel punto, sistemate le scartoffie, Twitter partì. Arrivò il 2007, e come ogni anno ad Austin, in Texas, si tenne il festival musicale e cinematografico South by Southwest: fu lì che Twitter ebbe il suo primo boom di popolarità, triplicò il suo traffico e ricevette il Web Award Prize. Le altre grandi finestre di visibilità del social arrivarono grazie agli spot del Superbowl, ma soprattutto il 22 gennaio 2010, quando Timothy Creamer, astronauta americano, dalla Stazione Spaziale Internazionale inviò il primo tweet dallo spazio, dopodiché fu tutto in discesa: arrivarono i vip che soltanto usando Twitter lo portarono al grande pubblico, arrivarono la Rivoluzione Verde e la Primavera Araba, arrivò il fenomeno del giornalismo partecipativo, arrivò Obama con il suo tweet da ottocentomila retweet, arrivò l’iscrizione di Sua Santità Benedetto XVI, e infine, stando alle indiscrezioni, sembra che anche Dio usi Twitter.

Un grandissimo successo, eppure all’inizio di tutto questo ci fu una vittima eccellente. Il vecchio CEO di Twitter Evan Williams, infatti, dopo aver ricomprato Odeo dagli investitori licenziò immediatamente uno dei due padri del social, Noah Glass, probabilmente perché era preoccupato da quella sua idea di volersi mettere a capo di Twitter e tirarlo fuori dalla compagnia. Ad oggi, il fondatore ufficiale di Twitter risulta essere Jack Dorsey: Noah Glass, che era in Odeo fin dall’inizio, che credette per primo all’idea di Dorsey e che ideò il nome Twitter, venne letteralmente oscurato. Il suo ruolo centrale nella storia del social, forse per un questione di politica interna e decisioni dall’alto, non gli venne mai riconosciuto.

La gloria di Twitter e la fama andarono a Jack Dorsey, che le merita, ma solo in parte, mentre il potere e i soldi restarono nelle mani del CEO Evan Williams, che, dopo l’intervista che due anni fa Businness Insider fece a Noah Glass, scrisse un tweet dove diceva che effettivamente Glass non aveva ricevuto abbastanza riconoscimento per il suo ruolo iniziale in Twitter, che fu davvero lui a idearne il nome e che fu brillante.

Quanto a Noah, ovviamente si è sentito tradito, si è arrabbiato, ha girato per un po’, si è dedicato ad altri progetti, infine è tornato a San Francisco, e negli ultimi due anni non ha più aggiornato i suoi canali, nemmeno il suo account Twitter, dove comunque è possibile capire con chi abbiamo a che fare grazie alla sua bio e a tre parole, brevi, semplici e lapidarie.
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