Nel 1988, quando ancora non esisteva la rete mondiale, il finlandese Jarkko Oikarinen ideò la Internet Relay Chat, meglio nota come IRC, la leggendaria chat i cui canali di conversazione hanno sempre avuto dei nomi che iniziano con un cancelletto.
Allora non c’erano i social, ma quei canali con il #, di fatto, erano hashtag: conversazioni etichettate.

In seguito gli hashtag sono stati consacrati da Twitter (e monopolizzati dai bimbiminchia), e ormai è impossibile pensare a qualcosa di importante su internet che non ne abbia uno.
Ma qual è il segreto per creare hashtag di successo? C’è una ricetta infallibile?
Proviamo a venirne a capo.

Intanto le regole di base: l’hashtag serve a etichettare una conversazione di un social network; il lavoro lo fanno gli stessi utenti, inserendo l’hashtag nei loro status.
In un hashtag le parole vanno tutte attaccate (#unacosadelgenere); non bisogna mettere punteggiatura o trattini, asterischi e roba varia, perché lo troncherebbero.
Infine, conviene non usare caratteri fraintendibili, parole con l’accento e altre complicazioni, perché se la gente sbaglierà anche solo una lettera si ritroverà ad usare l’hashtag sbagliato, vanificando lo scopo della cosa.

Sebbene abbiano funzioni leggermente diverse nei vari social, il tratto distintivo dell’hashtag è sempre la brevità.
Un hashtag deve essere sintetico, massimo due-tre parole; quattro sono già troppe. Hashtag troppo lunghi tolgono spazio al resto del messaggio (su Twitter), e in generale sono ridondanti, noiosi, non adatti alla comunicazione rapida e sintetica dei social.

Usare un hashtag è facile. Creare un hashtag un po’ meno.
Per inventare un hashtag efficace bisogna fare il contrario di quello che si fa nella tesi di laurea. Per fare la tesi, bisogna circoscrivere un argomento preciso, in modo da avere sufficienti cose da dire ma non troppe (e anche per non avere troppo lavoro da fare).
Con gli hashtag, invece, bisogna centrare un argomento preciso, ma renderlo più generale possibile. Gli utenti dovranno sia capirlo al volo, sia avere la massima manovrabilità, per poter giocare con l’hashtag e adattarlo a tutte le idee e le situazioni.
Non circoscrivere, ma allargare l’argomento dell’hashtag a tutte le applicazioni possibili.

Quella dell’hashtag non è una scienza esatta. A volte la prima idea che viene in mente è la migliore, altre volte per creare un buon hashtag occorrono tentativi e pazienza.
Il mio consiglio è di buttare giù tutte le idee possibili prima di scegliere l’hashtag, anche le più brutte. Fate un brainstorming, riempite un foglio di hashtag, poi scegliete i migliori, infine scegliete IL migliore.

La scelta delle parole di un hashtag è sempre fondamentale: sono pochissime, quindi devono essere perfette.
Il modo migliore per regolarsi è fare ricerche sui social, cliccare sugli hashtag già utilizzati e vedere il loro andamento, controllare se è stato fatto qualcosa di simile all’hashtag che avete in mente, e se ha funzionato oppure no.
Fortunatamente le informazioni, sia sul successo che sugli errori altrui, sono salvate e disponibili. Basta solo avere la pazienza di cercare.

L’hashtag, è bene ricordarlo, non è solo un giochino.
I social network contengono centinaia di milioni di conversazioni, roba umana, non tecnica, quindi caotica, irrazionale, difficile da catalogare. L’unico modo per dare un senso a tutte quelle informazioni è farlo fare agli utenti, abituandoli ad usare l’apposito hashtag quando parlano di un certo argomento.
Questo permette sia di controllare facilmente i pacchetti di conversazioni già fatte (ma per questo basterebbe il motore di ricerca del social), sia – e qui viene il bello – di creare le conversazioni che vi interessano, e quindi all’occorrenza scegliere l’hashtag giusto per fare in modo che la gente parli di quello che volete voi, nel modo che volete voi.

I mercati sono conversazioni.
(The Cluetrain Manifesto, 1999)