Google ha presentato venerdì un’iniziativa sui generis a tutela della libertà dai brevetti software: Open Patent Non-Assertion (OPN) Pledge è una raccolta di tecnologie brevettate che l’azienda non sfrutterà per intentare processi di risarcimento a terzi. Giusto qualora fosse accusata, infatti, Google risponderebbe in tribunale. L’intenzione è ridurre il numero delle cause civili legate in qualche modo ai progetti open source cui Google contribuisce, ma il primo gruppo di brevetti inclusi in OPN Pledge non è troppo convincente.

Nello specifico, Google non querelerà chi adottasse implementazioni open source di MapReduce: una tecnologia per l’elaborazione dei big data. Nulla, insomma, che riguardi l’“apertura” di Android messa in discussione da Stephen Elop di Nokia. Più interessante dei brevetti aggiunti a OPN Pledge è il concetto in sé, perché Google adotterà un atteggiamento molto positivo nei confronti degli sviluppatori di terze parti. Non è tanto importante quali siano i brevetti coinvolti, quanto il riconoscimento dovuto alla comunità open source.

In linea di principio, Google ritiene che l’inserimento di tecnologie brevettate nel free software sia positiva per entrambe le parti. L’azienda contribuisce a numerosi progetti open source ideati dalla comunità, però intende beneficiare anche del meccanismo opposto: le soluzioni integrate in Hadoop, ad esempio, hanno determinato la fortuna della tecnologia di Google che oggi è supportata da IBM, Microsoft e altre società più o meno blasonate. Una forma di reciproco rispetto che approvo e gradirei molto fosse estesa ad Android.

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