Se una volta era il petrolio a regolare la geopolitica del nostro pianeta, oggi non è più solo quello. C’è un qualcosa che è decisamente più importante, sì, già, persino più del petrolio. È il controllo dell’informazione, cosa che è direttamente connessa con Internet. Nelle scorse settimane abbiamo sentito tutti parlare del progetto PRISM con cui gli Stati Uniti avevano, hanno intenzione di tenere sotto controllo il proprio popolo, per farla breve. E tutti ci ricordiamo del pericolo scampato quando l’ITU ha cercato di mettere il bavaglio a Internet.

Ieri in un articolo sul Guardian il fondatore di Wikileaks Julian Assange affronta il tema da un punto di vista molto interessante: la necessità di criptare la nostra esistenza, chiudendo la nostra privacy dentro a una cassaforte. La cosa non è così assurda se pensate che Tor, progetto militare, si è trasformato col tempo in strumento open source per navigare anonimi in rete. E, di più, che oggi più o meno tutti i principali browser in circolazione permettono di impostare il do no track.

Tutto questo si inserisce in un discorso più ampio: quello appunto del controllo dell’accesso all’informazione, rappresentato oggi da Internet. C’è un passaggio dell’articolo di Julian che mi ha colpito in particolar modo: Africa is coming online, but with hardware supplied by an aspirant foreign superpower. Will the African internet be the means by which Africa continues to be subjugated into the 21st century? Parliamo in particolare della Cina che ha finanziato la costruzione dell’infrastruttura di interi paesi come l’Uganda. Non certo per fare beneficenza, immagino.

Così conclude Julian, prima di lanciare un appello a raggiungerlo a quelli che chiama cypherpunk: Cryptography can protect not just the civil liberties and rights of individuals, but the sovereignty and independence of whole countries, solidarity between groups with common cause, and the project of global emancipation.

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