Le applicazioni gratuite sono pericolose. Sono tutte astute e furbe come il Gatto e la Volpe che vi fanno piantare le vostre monete d’oro nel campo dei miracoli. Le monete d’oro sono i vostri contenuti. Sono le vostre foto, i vostri pensieri, le vostre amicizie, tutte cose preziose che quando c’è di mezzo un’app gratuita vengono affidate al campo dei miracoli. E i miracoli, si sa, sono rari. Nel migliore dei casi, in cambio l’app si prende il vostro tempo libero per mostrarvi della pubblicità attraverso banner che rovinano la vostra esperienza. Spesso fanno di peggio, utilizzando i vostri like per inviare a voi o ai vostri amici pubblicità sponsorizzata con il vostro volto: date un’occhio alle impostazioni della privacy di Facebook per farvi un’idea.

In alcuni casi non sono neppure disposte a ridarveli, i vostri dati, se decidete di andare via, portare le vostre monete altrove. Twitter fino a poco tempo fa non permetteva di scaricare i propri tweet, come Instagram ora non permette di scaricare le proprie foto (si può fare per vie traverse come ho spiegato nel post su come passare da Instagram a Flickr).

E se per caso una delle app o dei social a cui vi siete affidati perché erano gratuiti dovesse chiudere? Nei termini di servizio è messo per iscritto che avrete l’opportunità di scaricare tutti i vostri dati? Le vostre voto, i vostri pensieri? La piattaforma su cui bloggate vi permette di recuperare tutti i vostri post in caso di migrazione o chiusura del servizio? A me per esempio piaceva un sacco Posterous, poi Twitter l’ha comprata e ha annunciato che l’avrebbe chiuso. Lo strumento per scaricare i miei dati è stato reso disponibile solo otto mesi dopo: secondo voi avrei potuto aspettare così tanto?

La riflessione l’ho fatta tempo fa e ammetto di essere stato ispirato da un interessante post del CEO di Whatsapp Jim Balsamic dal titolo esplicativo: Why we don’t sell ads. L’argomento è particolarmente ostico, perché non tutte le applicazioni si possono permettere di basarsi su un business plan che prevede il pagamento una tantum da parte degli utenti. Far pagare più volte nel tempo è la scommessa che gli sviluppatori stanno affrontando ora. Quelli che cercano la strada più facile per il successo puntano invece a rastrellare utenti con il fascino dell’app cool e gratuita. Poi vanno nottetempo a disseppellire le monete d’oro e le usano a loro piacimento. Che esse siano contenuti o comportamenti fa poca differenza. Oppure vendono il pacchetto app+utenti al miglior offerente affidandosi alle buone intenzioni di questo, che ovviamente non compra per fare beneficenza.

A tale proposito è molto interessante un post di Ellis Hamburger su The VergeConsumers pay the hidden costs for the ‘free’ app ecosystem. Qui Ellis spiega come alcuni sviluppatori stiano davvero cercando di cambiare questo sistema, basandosi sul principio che gli app store sono un fondamentale strumento di comunicazione fra sviluppatore e utente che nel momento in cui acquista il prodotto sale al rango di cliente e come tale riceve un trattamento diverso.

L’inversione di marcia è possibile? Intanto c’è chi ci sta provando. Due esempi due: Day One e App.net. Il primo è un’applicazione per iOS e Mac che permette di creare il proprio diario lasciando agli utenti la proprietà dei dati, sincronizzati e backuppati tramite iCloud o Dropbox. Una specie di Facebook privato e a pagamento. App.net invece è Twitter senza pubblicità: gli utenti mantengono la proprietà dei contenuti e pagano per utilizzare il servizio di condivisione. Il primo è stato app of the year 2012 nel Mac App Store (costa 9 euro, 4,50 su iOS). Il secondo ha già superato i 30.000 clienti paganti (prima 50 poi 36 dollari) in sei mesi (su GigaOm travate un bel riassunto della storia).