Android è, senza ombra di dubbio, il sistema operativo Linux-based più riuscito — in termini di popolarità e vendite: un’affermazione che nessuno potrebbe smentire. Eppure, il kernel di Linux è disponibile dal 1994 e Android soltanto dal 2008: considero per entrambi la data del primo rilascio stabile. Perché sono serviti quattordici anni, affinché la piattaforma raggiungesse il mainstream? Le ragioni sono differenti e ripercorrere un intero ventennio di storia sarebbe noioso. Concentriamoci, piuttosto, sugli ultimi cinque anni.

Qualcuno potrebbe pensare che la fortuna di Android sia legata a Google. In parte, è sicuramente così… ma l’azienda ha proposto anche dei FAIL clamorosi — Buzz, Wave e la lista potrebbe continuare: il sistema operativo, peraltro, è stato acquistato dalla e con la Open Handset Alliance. Com’è possibile che abbia raggiunto un tale successo? È soprattutto una questione di strategia. Prendete webOS, un ecosistema Linux-based fantastico che ha provocato il fallimento di Palm e la crisi economica d’un segmento di Hewlett-Packard (HP).

La questione è tutta d’atteggiamento, secondo me. Google ha stravolto gli equilibri della comunità open source — andando persino contro i suoi stessi principi. Android non è un progetto collaborativo e non coinvolge i programmatori indipendenti nello sviluppo: l’azienda ha appena rilasciato i driver di Qualcomm che hanno causato le dimissioni di Jean-Baptiste Quéru da Android Open Source Project (AOSP), ma ciò non equivale ad “aprire” un sistema operativo commerciale. Il problema è che ai consumatori non interessa la filosofia.

Non voglio entrare nel merito della gestione dei progetti open source, ma Google non aderisce – nel mantenimento di Android – alle linee-guida consolidate. Non esiste un Consiglio d’Amministrazione (CdA) elettivo, scelto dai contributori, né sono organizzate conferenze orizzontali con gli sviluppatori. Decide l’azienda cosa rilasciare e quando. Un atteggiamento tanto criticato dai sostenitori del free software, quanto tacitamente apprezzato dagli utenti. Il consumatore preferisce le certezze della multinazionale alla “libertà”.

Potrei quasi azzardare un paragone politico: è un luogo comune che gli Italiani non vogliano essere «governati», ma «comandati». Ritenete che sia assurdo? Non lo è, quanto ai sistemi operativi. MeeGo – gestito in maniera “democratica” – è fallito e, nonostante la creazione di Sailfish OS, la prosecuzione in Tizen non avrà una sorte diversa. Quando HP ha creato Open webOS, distribuendone i sorgenti, ha determinato la dismissione del progetto. È un problema di Linux o dell’open source? Comincio a credere più nella seconda ipotesi.

Se ancora non ne siete convinti, pensate a Ubuntu. Nello stesso periodo di riferimento – tra il 2008 e il 2013 – Canonical ha conosciuto un’“esplosione” delle installazioni, benché numericamente meno straordinaria di Android. Mark Shuttleworth ha tenuto a specificare che Ubuntu «non è una democrazia» e gestisce la distribuzione dall’alto: non riuscirà a raccogliere i $50 milioni necessari a Edge, però ha convito la maggioranza dei consumatori che Ubuntu sia Linux. È lo stesso principio che ha determinato il successo di Android.

Photo Credit: Michael Surran via Compfight (CC)