Se avete seguito la diretta del keynote di I/O 2013, la conferenza annuale degli sviluppatori che Google organizza a San Francisco, sapete che l’evento è tornato alle origini: molte le novità per i professionisti, pochi gli annunci per i consumatori. Nessuno, m’azzarderei a sostenere, considerando che l’unico dispositivo presentato è un device “sbloccato” per i programmatori. Fra gli strumenti illustrati, Android Studio è quello più ambizioso e rappresenta il nuovo Integrated Development Environment (IDE) del sistema operativo.

Android Studio è basato sulla Community Edition di IntelliJ IDEA, un IDE già apprezzato da numerosi sviluppatori: in gergo, quello distribuito da Google è un fork. Disponibile immediatamente su Windows, Mac OS X e Linux, l’ambiente funziona a 64-bit in modalità ibrida con un Java Development Kit (JDK) a scelta fra OpenJDK e quello proprietario di Oracle. L’ho provato su Ubuntu 13.04 e il binario non prevede installazioni. Insomma, basta estrarre l’archivio ed eseguirlo. La prima impressione che ho avuto non è stata entusiastica.

IntelliJ IDEA è un ottimo IDE e Android Studio garantisce agli sviluppatori delle risorse orientate al sistema operativo che sono assenti dal progetto originario. La possibilità di provare le interfacce-utente delle applicazioni su differenti dispositivi emulati, ad esempio: l’ambiente integra i servizi di Google dalle Application Programming Interface (API) per Android a Cloud Platform che sarà la «spina nel fianco» di Amazon Web Services (AWS). Le caratteristiche del nuovo IDE sono eccezionali, ma hanno un’enorme limitazione.

È banale sottolinearlo, però Android Studio non permette di sviluppare al meglio delle app destinate ad altre piattaforme: IntelliJ IDEA è comunque dedicato in esclusiva a Java, quindi neppure quell’ambiente permetterebbe la creazione di applicazioni per iOS o Windows Phone. Google, più o meno esplicitamente, ha ricordato a tutti d’essere il web. Dalla programmazione al salvataggio del codice, dalla scelta del browser a tablet e smartphone… internet è Google e viceversa. Una prospettiva che mi preoccupa, per quant’è realistica.

Il significato di Android Studio è soltanto quello d’evitare ai programmatori il download e l’installazione del plugin per Eclipse, l’ambiente più popolare per sviluppare in numerosi linguaggi che Google continuerà a supportare. Tuttavia, le innovazioni proposte a I/O dimostrano che non è necessario appoggiarsi ad altre aziende: AWS è sostituito da Cloud Platform, le notifiche push delle app “native” da Cloud Messaging, IntelliJ IDEA da Android Studio. E, così, un domani potreste iniziare a programmare direttamente su Chrome OS.

Parlando nello specifico di Android Studio, dubito che ai programmatori servano altri IDE. Se l’obiettivo è creare un’applicazione per il sistema operativo di Google, non esistono più alternative credibili: già impostando le caratteristiche del progetto, infatti, è possibile apprezzare la completezza dell’ambiente. Se non bastasse, le novità di Google Play consentono agli sviluppatori d’effettuare beta testing e roll-out delle app appena realizzate. I/O non ha impressionato sui dispositivi, ma ha posto le basi per un monopolio.