Non c’è più niente da fare, è stato bello sognare”.

E’ da ieri sera che queste parole di una vecchia canzone di Bobby Solo mi risuonano in testa, tanto da sembrare quasi scritte appositamente per le vicende dell’Agenda Digitale italiana.

Con la crisi di Governo inaspettatamente in atto – nonostante quello che si legge sui social, chi, fino a due giorni fa, pensava alle possibili dimissioni del Presidente del Consiglio Monti? – sembra purtroppo profilarsi l’impossibilità di convertire in legge uno dei provvedimenti più attesi, necessari e discussi degli ultimi mesi: l’Agenda digitale.

Il 9 febbraio di quest’anno, infatti, con l’articolo 47 del decreto-legge n. 5, convertito dalla legge 4 aprile 2012, n. 35, il Governo ha costituito una cabina di regia per l’attuazione dell’agenda, dandosi ambiziosi obiettivi: dalla realizzazione delle infrastrutture per le comunità intelligenti, alla promozione dei dati aperti; dal potenziamento delle applicazioni di amministrazione digitale, alla promozione del cloud computing per le attività e i servizi delle pubbliche amministrazioni; dall’utilizzazione degli acquisti pubblici innovativi e degli appalti pre-commerciali, all’infrastrutturazione per favorire l’accesso alla rete, per finire a scuola ed università digitali.

La cabina di regia ha lavorato alacremente, ha sentito – e raccolto – molti suggerimenti ricevuti dagli stakeholders e dal mondo dell’associazionismo di settore, ed ha messo insieme – nonostante le tante ‘cassandre’ che ne hanno accompagnato il lavoro – un’Agenda, che è stata trasfusa nel decreto-legge 179 del 18 ottobre 2012, unificando, in un unico provvedimento, anche il lavoro fatto sulle startup dal gruppo di lavoro appositamente costituito.

Non la migliore possibile, certo, ma con all’interno disposizioni importanti, indispensabili per il rinnovamento del nostro Paese: domicilio digitale, scuola e giustizia informatizzate, introduzione del principio dell’opendata by default, creazione di un tessuto normativo ‘in deroga’ per le startup, solo per citare alcuni provvedimenti contenuti nel decreto.

Come vedete non parlo di innovazione, ma di rinnovamento: chi mi conosce sa quanto poco mi piaccia la parola innovazione, troppo sfruttata e spesso decontestualizzata.

Ma, di certo, le disposizioni contenute nell’agenda darebbero una forte spinta rinnovatrice ad un Paese troppo avviluppato su se stesso,sulle vestigia di un passato che rischia di essere solo un eterno ritorno, e che ha esaurito qualsiasi spinta innovatrice.

Il decreto-legge 179/2012 deve essere convertito in legge entro il 18 dicembre: ancora pochi giorni, quindi, per sapere se l’Italia avrà un futuro digitale prossimo venturo, o se, invece, sarà condannata ad aspettare ancora.

In caso di mancata conversione, verranno disattese, nello stesso tempo, le speranze dei molti che ci hanno creduto e lavorato, gli obiettivi UE -solo per la banda larga, il primo step è fissato al 2013 – ma anche, e cosa ancora più seria, le autentiche necessità del Paese reale, che si rende perfettamente conto – spesso a differenza di chi lo amministra – che senza investimenti nel digitale e nelle nuove tecnologie l’Italia resta ancora ferma al palo.

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