Sono vent’anni che la musica può essere ascoltata su internet e, dal 2000, iTunes ha iniziato a trasformare gli acquisti online in un fenomeno di massa. Grazie alla diffusione di servizi come Spotify e Rdio, nel 2012 le royalty percepite da artisti e gruppi hanno superato i guadagni provenienti dalle radio. È un inedito sorpasso avvenuto nel Regno Unito: nel 2008 le etichette percepivano £23.3 milioni, oggi sono arrivate a £51.7. Un mercato in crisi, al contrario, è quello delle suonerie che crollano da £5.7 milioni a £900,000.

Ecco perché, nelle ultime settimane, è cresciuto l’interesse delle grandi aziende verso i servizi di streaming: Google potrebbe adottare il sistema degli abbonamenti su YouTube, Amazon estendere l’offerta del proprio MP3 Store, Twitter avrebbe stretto un accordo con SoundCloud e la stessa Apple ha intenzione di trasformare il funzionamento di iTunes. Il modo migliore di combattere la pirateria dei brani musicali sembra l’adozione degli abbonamenti mensili o annuali che permettono di scaricare e ascoltare tutta la musica dal web.

Dai servizi già citati è impossibile escludere Music+ di Nokia, Xbox Music di Microsoft e Music Unlimited di Sony. Le alternative sono numerose, fortunatamente anche in Italia: il dubbio è sempre stato sulla sostenibilità del mercato. I musicisti guadagnano abbastanza? Sì, a quanto pare. Seguo l’argomento con estremo interesse perché spero che, nel prossimo futuro, possa riguardare film e serie televisive. Il web non è mai stato un passatempo da “smanettoni” in fuga dalla vita reale. È la vita… e la sua colonna sonora è online.

Photo Credit: William Brawley via Photo Pin (CC)